Pensieri Divergenti #10 Social – di solito ho da far cose più serie

Da Guccini a Pompei: il nostro modo di stare online

A noi di Pensieri Divergenti piace raccontare la genesi delle cose, perché è proprio da lì che si comprendono meglio le scelte che facciamo e le pieghe che ogni storia prende.

Durante la scorsa estate, in quei giorni in cui il caldo sembrava rallentare ogni cosa e anche i pensieri facevano fatica a trovare la strada, la notizia della morte di Francesco Guccini ci è arrivata come una scossa improvvisa.

Il Maestro è stato un riferimento importante per quasi tutti i componenti di Pensieri Divergenti e la notizia ha avuto l’effetto di risvegliare una chat di gruppo che, dopo l’ultimo appuntamento di maggio, era rimasta silenziosa. Tra i messaggi, il dispiacere e i ricordi condivisi, un’idea ha cominciato a prendere forma: portare Guccini nella terza edizione di Pensieri Divergenti. Non soltanto per rendere omaggio al suo immenso lavoro, ma per tenerlo ancora accanto a noi, come una presenza capace di accompagnare il nostro percorso e suggerirci nuove domande. La decisione è stata semplice e condivisa: dedicare la nuova stagione a temi a lui cari, questioni che aveva attraversato nelle sue canzoni e nel suo modo di guardare il mondo.

Per l’incontro inaugurale abbiamo scelto il sociale e l’antisociale, richiamando proprio l’omonima canzone di Guccini. Due modi di stare al mondo, due tensioni che convivono dentro ciascuno di noi: il bisogno di appartenere a una comunità e, allo stesso tempo, il desiderio di difendere uno spazio personale. Abbiamo deciso di portare questa riflessione nel presente, nel mondo dei social, dove il confine tra esserci e mostrarsi, tra partecipare e limitarsi a guardare, diventa sempre più sottile.

Il sottotitolo è arrivato dopo diverse proposte, prendendo in prestito un verso di una tra le sue canzoni più celebri, L’avvelenata.

E a quel punto il gioco era fatto: Social – di solito ho da far cose più serie.

Una provocazione, certo, ma anche un modo per mettere sul tavolo una contraddizione che ci riguarda tutti. Da una parte chi abita i social quasi senza soluzione di continuità, dall’altra chi comincia a prenderne le distanze, stanco di una presenza costante che non sempre si traduce in relazioni autentiche.

Ma siamo davvero sicuri che basti stare dentro o fuori da uno schermo per definirci social o antisocial?

Era questa la domanda che volevamo portare a NASCA Il Teatro: non offrire risposte, ma creare uno spazio in cui confrontarci, mettere in discussione le nostre abitudini e magari scoprire che la posizione che credevamo di occupare non è poi così netta.

Per accompagnarci in questa riflessione abbiamo scelto due ospiti che, almeno in apparenza, sembravano muoversi in direzioni diverse.

Diego Contino, brand strategist, giornalista e creative producer salentino, che da anni lavora nel campo della comunicazione e del marketing territoriale. Tra i suoi progetti ci sono il laboratorio creativo Destinazione Avventura, i giochi da tavolo Salento, Terra di Bari, Masseria e Aviopolis.

Insieme a lui, Daniele Caputo, dottorando in Filosofia politica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, impegnato in una ricerca sulle implicazioni sociali e politiche delle nuove tecnologie, con particolare attenzione al lavoro umano che si nasconde dietro i sistemi di intelligenza artificiale.

Si prospettava, dunque, un punto di partenza interessante, con due prospettive diverse: da una parte chi lavora quotidianamente con gli strumenti della comunicazione, dall’altra chi ne indaga le ricadute sociali.

Il 18 ottobre 2026 ci siamo ritrovati a NASCA il teatro. La sala si è riempita in fretta, tra volti ormai familiari e nuove presenze grazie all’inserimento dell’appuntamento nella tredicesima edizione di Conversazioni sul futuro, considerato ormai da anni un punto di riferimento in città.

La serata si è trasformata presto in un viaggio vorticoso tra passato e futuro, tra Italia, Africa e India.

Ed è proprio da Pompei, che siamo partiti ascoltando Diego Contino, che ci ha accompagnati alla scoperta di quello che potremmo definire uno dei primi post della storia. Su un muro della città, utilizzato anche come una sorta di bacheca pubblica, infatti, è ancora visibile un graffito che recita:

Mi stupisco, o parete, che tu non sia crollata in macerie, tu che devi sopportare i fastidi di tanti scrittori.

Siamo nel primo secolo dopo Cristo e qualcuno, già allora, sentiva il bisogno di lamentarsi della quantità e della qualità delle parole lasciate dagli altri. Un messaggio polemico, affidato a un muro e destinato a sopravvivere per secoli. Non è difficile riconoscere in quel gesto qualcosa di familiare.

E allora la domanda viene quasi spontanea.

Quanta distanza c’è tra quel graffito e ciò che oggi leggiamo scorrendo i nostri feed?

Contino ci ha mostrato che la risposta è meno scontata di quanto potremmo pensare, perché gli stessi strumenti che utilizziamo per esprimerci, talvolta anche senza avere molto da dire, possono diventare occasioni di partecipazione e cambiamento.

È il caso dell’Ice Bucket Challenge, la campagna diventata virale nel 2014 per sensibilizzare sulla sclerosi laterale amiotrofica e raccogliere fondi per la ricerca. Una sfida nata e diffusa attraverso i social, ha trasformato un gioco in un sostegno concreto alla ricerca scientifica.

Oppure il progetto della Library of Congress, che nel 2008 rese disponibili online migliaia di fotografie del proprio archivio per le quali mancavano informazioni e riferimenti. Grazie al contributo degli utenti, molte di quelle immagini furono identificate e contestualizzate, dimostrando come una comunità digitale possa contribuire ad ampliare il patrimonio di conoscenze accessibili a tutti.

Ecco allora che il quadro cambia. Il problema non è soltanto ciò che pubblichiamo, ma ciò che siamo capaci di costruire insieme attraverso questi strumenti. Un social può alimentare il bisogno di mettersi in mostra, ma può anche diventare uno spazio di collaborazione; può rinchiuderci in una continua ricerca di conferme, oppure metterci in contatto con persone, storie e realtà che altrimenti non avremmo mai incontrato.

Contino ha concluso il suo intervento lasciandoci un’immagine efficace: i social possono essere uno specchio oppure una finestra. Nel primo caso, lo sguardo torna continuamente su di noi, su ciò che mostriamo e sull’immagine che vogliamo restituire agli altri. Nel secondo, si apre sul mondo, sulle esperienze altrui e sulle possibilità di costruire qualcosa insieme. Allo stesso modo, gli utenti possono decidere di essere un pubblico che osserva oppure diventare una comunità che partecipa.

La differenza, ha concluso, non sta soltanto nello strumento, ma nella direzione verso cui scegliamo di orientare il nostro sguardo.

Daniele Caputo, subito dopo, ci ha condotti in Africa e in India, facendoci conoscere una realtà lontana dai nostri occhi, ma profondamente intrecciata alla nostra quotidianità digitale. È la storia di uomini e donne che trascorrono intere giornate a visionare contenuti violenti e disturbanti, con il compito di stabilire, anche attraverso il loro lavoro di supporto all’intelligenza artificiale, se quei video possano essere mostrati o meno agli utenti online.

E così, mentre noi scorriamo le nostre bacheche senza sapere cosa sia stato escluso prima che arrivasse sui nostri schermi, c’è chi è costretto a trascorrere ore e ore davanti a immagini di violenza, abusi e orrore. Un lavoro invisibile con conseguenze devastanti sulla loro salute psicologica: stress intenso e sintomi assimilabili a quelli postraumatici, con ripercussioni profonde sulla vita privata delle persone coinvolte. Una contraddizione che ci costringe a chiederci quanto del mondo digitale che frequentiamo ogni giorno si fondi sulla sofferenza invisibile di chi lavora affinché ci venga mostrato una realtà apparentemente più pulita.

Diego Contino e Daniele Caputo (ph. GIovanni William Palmisano)

Al termine dei due interventi l’attenzione si è spostata sul pubblico, vero cuore pulsante di ogni incontro di Pensieri Divergenti. Il dibattito si è acceso rapidamente, partendo da una questione che ci riguarda tutti: la bolla in cui ciascuno di noi rischia di vivere. Le nostre scelte, le preferenze e le interazioni contribuiscono a costruire una visione della realtà sempre più ritagliata su misura, che finisce per restituirci soprattutto ciò che già conosciamo o che siamo disposti a vedere. Una bolla che non rimane confinata alla dimensione personale, ma che può essere sfruttata anche dagli interessi economici e politici per orientare le nostre scelte e intercettare, o consolidare, il consenso.

Da qui sono nate altre domande.

Che cosa possiamo fare dal basso?

Cosa possiamo fare per interrompere questi meccanismi disumani di sfruttamento del lavoro?

Come possiamo contribuire a formare coscienze più consapevoli e capaci di sottrarsi a tutti questi meccanismi?

Qualcuno, con una provocazione, ha suggerito di lasciare circolare anche le immagini più violente, affinché le persone possano confrontarsi direttamente con la realtà e fermarsi a riflettere. Altri hanno sollevato il problema opposto, quello dell’assuefazione: un’esposizione continua alla violenza rischia di renderci meno sensibili, trasformando anche l’orrore in qualcosa che scorre davanti ai nostri occhi senza lasciare traccia.

Posizioni diverse, che hanno contribuito ad alimentare il confronto senza arrivare necessariamente a una risposta condivisa.

Su un punto, però, è sembrata emergere una consapevolezza comune: la necessità di educarci, tutti quanti, imparando a interrogarci su ciò che vediamo sui social, a riconoscere i meccanismi che orientano i contenuti che ci vengono proposti e a non confondere la porzione di realtà che ci appare sullo schermo con il mondo nella sua complessità.

E forse è proprio qui che il nostro Social – di solito ho da far cose più serie ha incontrato davvero Guccini. Non nella nostalgia per un mondo precedente a Internet, né nella condanna di una tecnologia che ormai attraversa la nostra quotidianità, ma nella possibilità di conservare uno sguardo critico, di non accettare le cose semplicemente perché tutti le fanno, di continuare a domandarci che cosa valga davvero la pena dire, condividere e ascoltare.

Perché essere social non significa necessariamente essere sempre presenti.

E prendere le distanze non significa per forza rinunciare agli altri.

La serata si è conclusa con la lettura dei pensieri dei bambini, che durante la settimana frequentano i laboratori teatrali di NASCA. Con loro non abbiamo parlato direttamente di social: fortunatamente, nessuno possiede ancora un cellulare. Abbiamo provato, piuttosto, ad ascoltare come vivono il rapporto con gli adulti quando questi ultimi sono assorbiti dai loro schermi. Ne sono emerse percezioni differenti. Ci sono bambini che sembrano guardare al cellulare con una certa paura, forse perché ne intuiscono i rischi senza avere ancora gli strumenti per comprenderli fino in fondo. Altri, invece, non vedono l’ora di averne uno, perché lo immaginano come una possibilità di libertà e autonomia (potete leggere i loro pensieri qui).

Ascoltandoli, è difficile non chiedersi quanto il nostro modo di usare i cellulari contribuisca a costruire l’immagine che i più piccoli hanno della tecnologia.

Quanto li stiamo abituando alla nostra assenza, anche quando siamo fisicamente presenti?

E quanto, invece, stiamo alimentando in loro il desiderio di possedere quello stesso strumento che spesso ci allontana da chi ci sta accanto?

Non ci sono risposte.

Nemmeno qui.

Ma d’altra parte il progetto Pensieri Divergenti non nasce per fornire risposte, ma per moltiplicare le domande e i dubbi.

Ora tocca a voi, perché come cantava il Maestro:

Che ci farai ora […] dei dubbi quasi doverosi che ti sono sorti? (Le piogge d’aprile – 1987)

Alla prossima!

Quelli che i Pensieri Divergenti

 

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